
VOICELESS MADRIGAL - Madrigale Senza Voce (2000) l i s t e n
Voice01/Track 01 How sweet and lovely dost thou make the shame
Voice02/Track 02 which, like a canker in the fragrant rose,
Voice03/Track 03 doth spot the beauty of thy budding name!
Voice04/Track 04 O, in what sweets dost thou thy sins enclose!
Voice05/Track 05 That tongue that tells the story of thy days,
Voice06/Track 06 making lascivious comments on thy sport,
Voice07/Track 07 cannot dispraise, but in a kind of praise,
Voice08/Track 08 naming thy name, blesses an ill report.
Voice09/Track 09 O, what a mansion have those vices got
Voice10/Track 10 which for their habitation chose out thee,
Voice11/Track 11 where beauty’s veil doth cover every blot,
Voice12/Track 12 and all things turns to fair that eyes can see!
Voice13/Track 13 Take heed, dear heart, of this large privilege:
Voice14/Track 14 the hardest knife ill-used doth lose his edge.
The aesthetical and conceptual idea of the composition consists in transforming the linguistic structure of a Shakespearean sonnet into a music score through a sort of “phonetic counterpoint” in order to “deny” the text to make it be re-born in pure sound. Instead of adding an external music to the original text, the musical performance of the sonnet is the acoustic result of the inner musicality of the sonnet itself, in which the “natural” polyphony has been pulled out directly by the encounter of the same phonetic vowels/consonants in common throughout the 14 verses of the sonnet.
The composition has been recorded on 14 tracks by 14 vocalists; each one of them “sings” only one of the 14 verses of the sonnet in such a way that it is not possible to recognize the sex or age of the singers, although no effects have been added onto this recording. Since the recital/performance of this sonnet was conceived to be read silently, the vocalists use only “voiceless” (whispered) sounds, so as to acoustically translate the idea of both the mental reading and the desperate voiceless cry linked to the content of the sonnet.
Voiceless Madrigal in 2002 received the honourable mention at EMS Text-Sound International Composition Prize, Sweden.
T H E D H A M M A P A D A
a choral transcription in 26 books from the original Buddhist Scripture
I. yamakavagga II. appamadavagga III. cittavagga
l i s t e n l i s t e n l i s t e n
...I do hope you are able to find performers for what seems to be a fascinating work.
Karle Erickson, Artistic Director & Conductor World Voices
24/06/04
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your score sounds like an incredible labor of love...
Kendra Salois, former President of the Concert Choir at the University of Illinois
29/06/04
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...Your work seems to be very interesting and I realize you are very devoted to it and your ideas.
Stefan Parkman, conductor of the Swedish Radio Choir, Professor Uppsala universitets Körcentrum
and Uppsala University Choral Centre
04/08/04

SINFONIA - work in progress
on "Sinfonia" by Antonio Pizzuto
Dolce e lieve, qual consonanza di quinta, già si destavano sincrone le luci serali nei due penduli globi lattei trasverso via. Di bottega in bottega era apparecchiata chiusura, il berettaio calando la sua bizzarra mostra, simile a azzeruoli, dall’alta soglia col rebbio, altri altro. Ormai al Ciptadin villanzonzolo, negli emporietti saturi di cotoname e paracqua per inurbanti, dedaleo calettare chiudende, asse dopo asse, con l’ultima come faranno mai, ovunque magro bottino. Unico ad asserragliarsi da dentro, fra tante rustiche mercerie, l’antico negozio di filati in oro argento rame – fino, mezzofino, falso – avente finitimi ricevitoria e spettrali armadi notarili. Protratti al limite con fatiche dantesche eterni battenti, appostevi quattro spranghe, dieci mandate di serrame, era niente questo appetto i puntelli, gemini secolari cipressi. Altro non celluloidi, grimaldelli contro la toppa che puerile titillo; per modellarla, buona libbra di cera mal dissipata. Il cannone solo in possanza, sì, ma dove postarlo, anche pezzi piccoli, strada ristretta, neppure a bruciapelo: che se, dal rinculamento nulla si salverebbe delle vetrine avversarie; né mortai o bombarde, esiguo lo spazio per un tiro indiretto. Dunque al sicuro, inviolabile cassaforte. Viandante scorgendoli, padrone e fattorino, restare poi dietro tal barriera, può darsi che ne facesse, conforme indole, puri asceti, scolte a bivacco, rocàmboli, clucluclàn, spie, filosofali, calandrini. Era poi modesto il commisurato intrinseco, scarsa riserva metallica entro minimo ovale truciolo (sotto drappicelli), pepite numerabili onde le garrule fogliette procopte dal battiloro, argento di coppella un chilo più o meno a sparte, sovresso la scacchiera profonda, tutta diaframmi ove per metodiche sorti invogli farmaceutici con pupillosi lustrini. Or fatta arce era data opera a assesti vespertini, agguagliando qui l’architettura degli umili sovrapposti cassetti, ivi scompartite, giusta colore con suoi digradamenti, matassine sericee, là dirimpetto allineare seggiole contro muro, le pratiche successive lungo bancone, rimuoverne superfluità, vi restasse in angolo bilancina minuscola, ben ripostivi nel ricettacolo sottostante i pesi pigmei, e null’altro che il mulinello strepente dalla cui cocca, per manate instancabili, si attorceva gran vergola tuttodì. Le labbra dominiche frattanto, che buon falsetto, offrivano il tema delle Norne, o qualch’altro, al fesso orecchiuto. Stogliere di vista il consunto metro ottonino e le forbici, penzoloni dal lor guinzaglio, esprimeva arcana liberalità. Era capovolta sull’altra a rime baciate esile scranna materna, raro ormai soggetta, per acciacchi anni cure domestiche, peraltro non del tutto infrequente, poi richiusa ogni qual vetrina e bacheca sugli innumerevoli aurei rocchetti schierativi, l’esposizione attata, merletti frange passamani, lunghesso il terminativo recinto là da parete. Per varco intimo che una cortina rossiccia nascondeva, eccoli passare, spente luci, in retrobottega, salirne i tre scalini, sotto debolissima lampada percorrere tenebroso andito fra ereticali cavalletti da trafilarvi, raggiungere angusto aperto dove forgia incappata, strenuo suo mantice che rendeva tacchina fragile alambicco, trattolo allora con tenaglia correvano a versar nella forma l’incandescente massello, digrossarvi già, farsi verga, e vestita oro omai imprendere infinito viaggio, attraverso mille rubini foggiarne inesausto biondo capello filiera per filiera indi, entro lo scavo profondo, ruota dopo ruota, finché sostanza di piviali pianete labari onori dicate. Da perpetuo spillo, in ricolma vaschetta sperso monotono borboglio. Poco oltre, per manco passaggino raggiunto inchinandosi, erano a pie’ della scala, contro verde portone sempre in ricaccia da molla, governato d’insù con illiberale fune, solitario sulla viuzza traversa. Il buon novello partiva. Infine le ore domestiche, sua madre così piccola, scarna, artefice di quel commercio or assunto da lui con disciplinata rinuncia a studi prediletti, già stando per dottorarsi, e ancora le recava guadagni, tutto, fuori che male nuove. E datole un salutino, i due passi, dopo la faticosa giornata, svelto, canticchiante motivi suoi, il largo spiegato in Eulenspiegel, ariette di Pergolesi Caldara, alcuna melodia fraterna. Centellava un vermut, unico lusso, nella celebre pasticceria, solingo fra i molti, troppi direi, attrattivi per l’usanza di poi recarsi alla cassa e dire pago tot, prezzo o apprezzamento che fosse, onde ahimé già in itinere il curatore. Cenavano soli soli, quieta la casa ancora poco fa diurna subuglio, da asciolvere fin dopo pranzo, allorché due figlie maritate, con medico una, a legale altra, e proli, vi convenivano truppa, freschi i rispettivi fornelli, via vai continuo, vispi scampanellari, refettorio perpetua mensa, ovunque girandolanti, poi instauratosi fulgido bagno attrarvele in maiolica nana fondamentale zampillo, quanto curiose mai di tal refrigerio, sibi atque aliis. E figliolanze a trivio o quadrivio, col Georges i forensi, da sette anni il piano la medicea, ormai esperta, invero unico pezzo, eseguirne benino m.s., sei tr., maluccio alcuni sf. qualche ped., costargli, diceva babbo, quel Notturno un milione. Da inopinabili sedi l’esile vecchierella portava ghiotto merluzzino protettogli (pazienza vi discopre una pupillina), egli a lei prammatiche imaginette, proventi, breviloquiali messaggi d’insaldate madri badesse. Indugioso a sedano diplomatico, strizzar limone, sospendere forchettatine per glosse o dimenticanze utili, si sorridevano intanto, rispettandone ella con timida prudenza la svogliatezza di stanco, tal repressa ansietà suo figlio. Quell’altro, parecchi assai anni più attempatetto, era ognora appartato in farraginosa camera, onde a folate stormiva da mandolino una pur sommessa balbuzie, altrui inintelligibili melodie stupende, saggiantele sol così via via l’artista incapace i numeri o migliore strumento. Atti e detti manifestavano si considerasse vantabile a privilegio. L’opera. Comporla sconoscitore di ritmi notazione leggi. Viverne il sogno fin dalla giovinezza: bastevoli allora le domeniche per gli obblighi militari dei primogeniti orfani, adempiervi egli, in chipì farancina e modulazioni sublimi, accompagnato da famula a piazza d’armi, qui atteso fuori barre. Passo, esclamava quel birbante stordendolo. Che richiami vani, realtà infime, il lungo fucile retto come torcia, i pensieri altrove. Poi affannarsi per viali, intorno alla vasca, non quasi ricercasse un ricordo caro smarrito, avantindietro fra cesali di bosso, cedri araucarie lilla cigni, su ruminante ghiaia; e le notti insonni, mai sempre coi lumi accesi, vittoria. Avido attendere il maestro, dettargli, lentissima la trascrizione, costosi quei girini comunque retribuiti, per ore o a biscrome, appena pur salvi nello scrigno repente insorgere, tarlo, ancora scontento. No. Tutto da rifare, dissolto lo stentato abbozzo. Presto o tardi dopo litigi divorzio. Subentrava altro interprete, differente stesura, esse non avendo in comune che il disintenderlo, attribuirgli altrui modi secondo capacità e gusti, or la mano di Debussy, talvolta Massenet, quando Mercadante. Una cassa di pentagrammi, forsanche non dispersi, ove possibile ritrovare qualcosa. Sopraggiungevano ristrettezze, vecchiaia, eventi, verrà tempo. Frattanto c’era da lavorare al libretto, mutarvi nomi in elaborati ipocorismi, Passia. Puscia. Piscia. La madre, ottuagenaria, veniva col buon caffè, lui bocconi, un polpaccio glabro scoperto, entrovi trasparenti coralli azzurri.
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