31.
Quanto manchi al cuore
se ripenso alle occasioni perdute
distribuite nel tempo, crollandomi.
Giuste obbligazioni una volta
che quaggiù l'ordine si incatena
e ancora grandi sentimenti.
Manca il tuo contatto, mamma.
Manca la voce rassicurante, il tuo calore
che più grande e forte in età
non si sentirà più così facilmente.
Adesso che in lontananza il tuo levare
abbandona l'osso dell'amore che mi mandi.
Sentiero che sviene e s'incanala il vortice
del tuo diteggiare, grande compagna
e amore incatenato vero.
32.
Mi sono indirizzato agli altri, ché questa
fiducia, mamma lo diceva, porterà sventura
e mio tormento così vero e assorto
che quando all'opera risalgo intero e sfatto
mi si guarderà morire, e accelerare di dolore.
Ritmo mio così funesto, indice di dubbio
e attende e attende, la mia larga
misura che lotta, uccide tempo e fiori
e si rivelerà lontana, anche quando il verso
ascoltandosi dannato e floscio, riceverà livore.
Perché questo grande sobbalzo, perché, perché
questo mio continuo innamorare le cose
che si impiegano così riadattate a me,
continuo battitore e immanente sentore
che fràdicia, decompone, facilita odi?
Non potere guardare così precisi
che il magnifico quadrato
rinviando a porte e aperture, cancelli saldati
alla disperazione matta che si ha del buio:
confondimi e buttami al vuoto, io ti scongiuro!
Cinque volte cinque questa illazione
e croce che piange e illuminante fuoco
il mio da fare per immersione e guadagno
ché queste parole stanche, così antiche sberle
rinarerranno storie e felici monumenti.
Diario che si immagina avvolto da spie,
annunciàti ritardi che avvolgono chiari
i misteri di questo gesto infinito
che vuol dire (sempre) poesia:
non ti scorderai più di me e soffrirai per questo.
Ritornano in mente automatiche vie
che lingue e monti genereranno nuove
e ancora che tu mantenga aperto il volere
di questa nevrosi nascosta, il mio poetare
un po' confuso, apertamente voluto così.
33.
Porto dentro me la morte dei nostri incontri
e nascondo al mondo i nostri sorrisi
(quando la ragione e il tempo non erano ancora caduti
sopra di noi, decidendo di cancellare per sempre
ogni possibile futuro).
34.
Un sollievo perenne sarebbe:
bussare alla porta che domani
l’attrazione, inoltrata delusione.
35.
troppa troppo giovane pelle
il tuo toccare: domandarsi
se sì, e perché no l’altezza
estrema dimora, il bacio
col guanto: inseguire
lo sguardo di dolci linee
che si perdono sicure.
36.
Stringendo corpo abbagliato
che questo triste soggiorno
tra coste e mari instabili.
Quando lo sbaglio assale
certo così sveglio sentire
di meno apparire lo scoglio volgare.
37.
Perché si strappa il dolore
poco a poco, s’inoltra e risiede
come a cielo assalito e ruvido
questo spunto inaridito e stanco?
Il contrappunto dei cuori
una volta coll’abbraccio dubbioso
e ancora fermo l’istante dovuto
alla memoria fuori me.
La portata d’incontri e lumi caldi
fremono più più fra noi,
le delicate somme, ancora memorie
scompaiono forti e decise, quassù.
Solo ancora questo mondo indietro
all’obbligo: verso cosa l’immagine
il canto, a chi fra noi scegliendo
una maschera, desolata ancora: stanca così.
38.
Indietro nel rivedere
tra la coscienza all’argine:
e basta con te, mi perdo
col cuore sotto, in gola
seduti, attesi, sospesi.
39.
Bisogna superarsi e guardarsi
ancora da parti di un sentimento
sbagliato di sentore affrescato
e maturo col senso di tempestoso
momento e mare feroce
salto ancora di me
così pronto a scostare amore.
40.
Quando si fa uno sforzo
in realtà ci si regala all’infinito:
come perduti in mare aperto
sotto una voragine scoperta dal vento.
41.
una forma come un’altra,
un’altra ancora
l’esegesi del tuo domani:
un’immagine ancora
il tuo caldo ovviare,
e sonno, silenzio, pace.
LUPT AGHÊ
Sûnta ciafên, le stigmârdo forbe, inkiallîto gresto.
Bar ripôrmo ingepsto du sguargno ingândo.
E li panto strengio, par dun calô dosêrgo.
15 dicembre 1997
Juân stu gherbu, infiân stopêl
ke bîncador asên, ciulsûn ghimâr
apêr faghîr, fastûs singân domîr.
Fast cabûr, peru dopâr stupêr
sintu fuên, che lândes marigô
uen virô senkiâr acontaiâl edî,
brun cingôda assûn, diprâ singodêr
afûn balorki, ghestuâ sobêna
emaghipôr su ke stepûrsi cora :
"Fuci bars, gunpastîr blatîsu,
ghinfalôr adûl, fantêr bigô."
Simpramâl uendît, fostêmbr sudôn,
polû, kuelsidân grofûlt impâl,
brund abêrstu sînco, ciostêl facô.
Finciân palêr, ai bers faghên stimpû.
Ipâ, tiprôn gorâda stis, zintâ priustô.
Gadîn dauêpl, laplênc pradê.
Feriûn galônde sbintôr che tampro
aiuntâpor plancû sefâ intâlu dupa.
Iûfa cacipâse gentrubûla fralu.
Sîen liâlus prapro sonchi fantrus ciêgh
balihô side, ghendo trafrên sulêc.
Incie, pakit prenfra sincuô tavîel
sbuôde cuês, da prenco scentri
ghidrên palucâs, depri ciâsfrat, côncue sdu.
(non puoi sentire il suono, amore fortunato!)
Temo ancora l'odore
del destino l’ardore
che si chiama come si fa.
Tuo sollevare che si
comprende in silenzio.
Mano stretta, odore
ancora lo temo, sì.
Innamorato così
vagare zoppo, l’immoto
accogliere, gambe
nell’incrocio nobile, salpare
vogando in mare chiaro
spinto assopito che si colora
di marmo, la veglia
e desiderio in fasce.
Segni, disegna sicura
e voce che continua, io
che stringo, dietro, certo
segnale facile, ma
fingere l’assalto, pelle
sognando, testa su spalle
grandi sicure alternanze
che stento, soprattutto
il denaro, volerlo così
senza neppure vie e sì,
che baci, sostanze e grido
nulla che voglio sortire
l’effetto, senza valigia già
ombra, vento, già verme
sentire che si fa, non dire
che frasi inclinate, fai
sempre anche tu, staccato
da semplice orbita, ellisse
che si scolora, odora
l’ardore e capire che si
ama, lodare, canto
di gioia e fare salire
il sentiero asimmetrico
e basta una volta, sì,
può incedere, sentore
strano a più non posso
il groviglio di poesia
l’incontro, domenica chiara.
Che facile amore il tuo,
ironia d’un colpo,
grazia bambina,
siciliano contorno,
stanco rosso, e grigio
sole questo, scalda, sento
l’odore, gesto sicuro
tenera sorte il sentire.
Manchi tanto, pausa che
mi sa di poesia, affrescata
idea, suono veloce, gradino
che colora, assalito così
una volta l’amore
recitato in grado maggiore
l’ombra di me tutto
orgoglio infantile e gesto
che dolcezza di vertebra
infinita, singolare intuizione
colorato, odorato
come se fosse indietro,
ci rivediamo domani,
sicuro, elemento sudato
e piacere, natura.
Elencazione fascinosa,
incredulità indenne, faro
si può saldare ancora, ma
dietro sì, così forte
bastevole all’osso, ancora
quassù l’amore comanda.
42.
Come allora dimenticare
lo scrivere che si desta come
un giglio sfatto all’ora che
canta, lo squillare sublime
del tuo parlare, del tuo
indietreggiare falsato così?
43.
Il silenzio è tuo:
che forte diviene,
se ne va
l’ulteriore amore
lontano, collegando
bianco e suono
che lo voglio ancora.
Assommare amore
ancora facilitandoti
perché passione
spaventi l’oltraggioso
pudore di fartene
quante ne vuoi.
Che il verso continui
pure da solo
oramai svelato
a se stesso.
44.
Immagini la direzione e la fantasia
ché quando si allarga la natura
d’imbarazzo compiuto
ci si addormenta soli
e nebbie e soli che si fanno piacere.
Loro sì, autentiche spie di dolore
incastonato al cielo sicuro da noi,
loro sì che tramando parole a scarti
si ammanterebbero persino d’amore!
Facile facile allora, la più grande catastrofe
e il nulla che si imbratta di colore
fino a cenoso pianto.
Un’uguaglianza infame la nostra unione
conosciuta da sbaglio volgare:
ossequioso omaggio di vedovile memoria,
immediate parole di falso grigiore.
45.
Mi trovo sempre a casa mia, la notte,
che il tempo sostiene piena di fragore e immediatezza…
E se mi allontano allarmato da vero piacere così,
mi ci rispecchio dentro, ingraziosito pure da tanta facile ironia.
Si rivelerà selvaggia, incolore, con la carezza sulle mani e il cuore sotto,
in gola la meteora di quel perduto bene che era il tuo amore.
46.
bisognerebbe cantare, ma non si sogna amore.
47.
L’impotenza di riconoscere il suo segno
attraverso la ripetizione ultimata
di un’immagine lontana che il verso
una volta instaurata l’occasione
sparendo d’improvviso l’onda sentita.
Spero te, anche se l’immediata conoscenza
velata dissolvenza, incatenato silenzio
è sentirti la mano.
48.
saperti accanto all’imbrunire inquieto
di una notte che cala giù
del silenzio attorno muto.
49.
si rende materia
il tuo corpo,
presente sistema
e relazione all’estremo.
50.
Non scordarti mai
di chi chiede ascolto
e riceve silenzio.
Non volgerti mai
allo sguardo alterato
di un giorno volgare.
(diverrò allora la tua luce naturale)
Diverrò lo sguardo lento
a più non posso
che si muoia così
lontano da quest’immenso
che fra il cielo e la casaccia
sola senza luce
la mia discesa pretende.
Ti consegnerò
la mia propria identità
e l’intera rete di certezze
della mia unità.
51.
Mi tappo il becco indurito
dal tuo perenne percome
e perquando mi darai
dolore e gesti e volute
mirando all’incrocio
di un percorso illustrato
e illimitato piacere il mio
dirigermi accompagnato.
Soli immemorabili
e trafitte sostanziali
che alternano irrisolte
e balorde questioni.
Ancora fu te fu te
che l’amore in silenzio
la voce tranquilla
e il meccanico vagare fu.
Basta soluzioni e basta
davvero il sentirmi divino
al lastrico il volto svecchiato
il grande e pericoloso fare
e dare ancora senza me
l’entusiasmo incerto se è
volgare la posa
lo scommettere e farsi
abbandono lieto finire.
52.
Non più la scrittura
sopporta questa disfatta
di un atto così contraddittorio:
è come se l’immagine
scomparisse, lasciasse il vuoto
alla nostra indecisione
e al nostro sgomento:
che si scolora e s’incatena
come un varco stanco e inerte.
Immediata soluzione
di un sogno che d’un tratto
si accalora per non aver compiuto
altre direzioni e finalità.
53.
Mi ridai il tono perduto
e il casolare dove ammonticchiati
balzi di cuori si mostrano
inerti e fiduciosi.
L’ombra del tuo profilo volgare
ricolma piacere e alimenta
speranze fino ad impazzire,
almeno fino a domani questa passione
svuotata, ricacciata al vento
e al nostro desiderarci lontani
da questo mondo-illusione
che è abitudine.
A pensarci amanti
te ne darò l’occasione, in silenzio:
arrampicandoti di baci e false fughe
dal tuo domandare, dal tuo cercarmi.
T’amo come allora, col sentimento
tutto buttato da un balcone
aperto fino all’orlo del mio sentire.
E abbracciandoti di unghie innamorate
con questa sola fascia che passa,
fuggirò ancora guardandoti arrossire.
54.
13 luglio 1998
Se s’intravede il sentiero
così multiforme come prato,
che colore di vortice questo tuo sentire !
E’ che volerti accanto significa
possedere: cosa e fino a quando
questo tumultuoso apparire
è un errore cui non credo,
e allora sì: scomparire, o cosa ancora?
Freddo o è distacco?
Perché così ci si stanca o si ama
del più puro ascoltare, la musica
che non c’è e però dovunque vedo:
bocca, pelle, nero strisciare
così che non si possa inviare
ulteriore amore al tuo desiderare
e soddisfarti prima che…
Sole di notte vero, così con te
il grande in tutte le forme
che inciampo lo sbaglio, però t’ascolto
come con lo scoglio di questo suono:
vederti godere e sorridere interno
che non vedo, t’inchiodo sempre così
ma non dico, non parlo.
E allora perché questa pena e fino a quando
la lontananza che odiosa si annienta
per così tanto attendere e offrirsi
all’occorrenza, accadere immenso
che si sgretola e rigonfia
come tuo normale guardare…?
Ancora un dubbioso circoscrivere
dei tuoi anni, ciglia rotonde e…
L’invidia, le tranquille giornate
in cui non trionfava irrequieto lo sconforto
o angoscia che non si perdeva
e la dismisura di un naufragare
la testa, le mie spalle mai
in verticale candore:
pulire il cuore ormai un quadro
che se ne andato: via, io sì,
marinaio senza più il mio mare…
Le onde semmai che si scatenano
ellittiche e crocevia di noi due,
il resto vuoto, è facile
smarrire direttrici ed equilibri
che: “Forte divieni così,
tempri il tuo sbiancare
di fronte l’illusione!…”
Non è per esagerare, ma non si può
accecare come di fronte rimanendo
soli e se la forza abbandonata
riprende come cielo spezzato
che non si può neppure osservare
da distanze come quelle, dei tuoi occhi…
io ti comando il totale abuso
sul corpo che qui rinasce
sudato da piacere.
Sottile controllo sul tempo
e attendere voci e suoni che lo studio
allontana da spazi scoscesi:
l’entusiasmo e la subitanea noia
di previsioni e le austere analisi,
come l’incedere di montuose viuzze,
“io ti abbraccio con tutto il mio cuore”.
55.
Dobbiamo smettere questo
che è infame memoria di
occhio, “non vuoi capire”,
(ed io che ti credevo…)
perché continui ad imbrattare
la vita che è cerchio ed
io che, “la vernice del tuo
colore”, io che sbaglio ancora
e no!, no!: perché ancora ti ostini
a ripulire l’entusiasmo che
“scemo, io non ti offendo…!”,
però ti ascolto (la tua illusione
mi sconforta l’oblio, sì, sì!):
se mi darai ascolto una volta
ancora, comandando così
la quartina inalterata che incontro
quando: “letto, letto,” che così
io “tanto volerti”. Poema intatto
al tocco che si infà al “dimenticare
questo trucco, io buono che
tanto tu male che sei qua”.
Lingua biforcuta e ancora “testa
e”, “che s’inchioda”: basta!
56.
30 luglio 1998
Il mio cercare solitudine a
questo cielo, che la memoria prende
arancio: il tramonto di una parola
che dire presenza al movimento
di composto contorno,
ridefinendo l’esistere e noi
cantando attento e analitico
inghiottire quest’amore, fino all’arancio
tramonto che battendo sincero
domanda o dubbio, oscuri
presagi e inavvertenze che non si devono
siglare, non si devono
buttare su prati così senza più colore,
non si devono ormai più sventure:
ci si innamora quando questo pezzo
di terra volgare richiama ancora stupore:
da queste parti vino, festa sempre
uguale a previsione mai
che lo scarto indefinito
s’ingenua senza tempo, il pianto
di questo canto trattenuto e semplice,
del nostro essere specchio e
difformità reale coi corpi: nero su bianco
la scrittura fa rovesciare l’amore,
assicura letture senza morte
e morte che genera parola ancora
a mute voci: vorrei capire, ma vivo
a questa profondità, già storia
di popolari profili, strade e ancora
piaceri, piatti, escrementi, oggetti
che graffiano come sguardi: una carezza
nascosta più di tanto falso esistere.
57.
Tu non dimentichi come me
la superiorità di indici e classifiche
della mano del toccare, il desiderio
e l’irrefrenabile istinto:
colpire coll’immenso
quando si insinua la paura,
quando si scopre che l’attesa
ritardando il gesto d’amore
si guarda da sé, innervosendo
la linea, l’instabile euforia;
è triste osservazione di me
questa semplicità che comanda,
che definisce ciò di cui ti parlo
insieme a tanta celata ilarità
questa fantasia che si dice stanca
da sé, vale l’inchiostro che butto
con fiducia e solenne descrizione:
quanta passione dev’esserci
per questo mare di casualità
che è divenuta la mia vita!
Perché così mi spedisco con volo
e accessori indicati al più dannato
paesaggio di sorprese: io l’ho detto,
l’ho ridetto altre volte verso l’immagine
di questa scrittura: l’ho già
inviata a grandi ali che s’aprono
e per lo stesso tempo non si aprono
con le somme di anni che non si dovranno
ricordare: il grosso entusiasmo
che spacca e s’infiltra concatenato
fino all’osso di questa infelicità:
vogliamoci insieme per la notte
scolpita e macabra ad arrivare
il cielo altissimo che non ci soccorre
camminando all’indietro e sorpassando
in corso di disastro.
Foglio bianco che riempie di lettere
l’universo infame di incontestabili grandezze
e scopi, sonno leggero
come per ricordarsi di mani e sorrisi,
che affresco di questo mantello di suoni…!
Io quasi ti spingo facile, tra fiumi
di sconfinati presagi, tra mari
di inconsuete finalità, richiami in mente
un altro desiderio, della pace che
si è macchiata di candore.
58.
23 agosto 1998
Non dovrei riflettere, eppure rimando al gioco
del tramonto il nostro inseguire: come chissà
quale immenso esistere questa indelebile
impressione, sarà come sono fatte le forme
dei tuoi desideri, e sarà un sentire che è arrivato
il più grande tra i perdenti, il vero che si nasconde
e si guarda dovunque: io non riesco più
nella comprensione che si autoindaga e muore,
e non riesco pure a prevedere amori facili,
è come d’incanto che si sfasciano sogni così:
credo perciò di non capire quando ti osservo:
di sicuro non è passione incontrollata e non è sfogo
che si conclude amaro e inappagato, come lassù
quando lo specchio si colora del tuo profilo,
come la luna che stasera non c’era e si tracciava
in un mare caldo e freddissimo, il controllo lo hai
già dimenticato e ti sorridi aperto, intanto facendo
e ricordando, l’analisi del nostro toccare chissà
con quanta suprema bellezza saprà mantenersi
nuovo, non è forse così che lo volevi?
Decidere del giorno che finisce
una separazione in atto
e la sera alla luna un regalo in sospeso
tra notte descrivibile e stelle sopra…
Un ritmo lento che bisogna seguire
così da vicino: si guadagna obbedendo
alla linea che mare e acqua confonde
in mezzo noi, silenzio, rombo di noi.
Inseguimento dell’emotività:
questo è lo scarto che mi riconosco
all’alba, e che rivedo: occhi
come notte senza una luna
dalle mani quassù ci si inoltra
all’estraneo che già risalta…
E dicendomi, allargandomi per questo l’accoglienza
dell’effimero, il falso sentimento una volta
non diedi più a nessuno l’errore di me, pilota
di impressioni invece che idee d’amore:
noi col sole, adesso lo so.
Abbraccio il torso del cuore
segnandomi ferite e direzioni precise
che non posso più scordare:
giurarmi fedeltà devo poterlo fare
col polso poggiato indietro
imbevuto all’orlo, il sangue che si colora con te
e la nostra vita, unità che si riveste
col nero della notte della nostra notte:
passeggiamo, è un dire determinato
dall’atto che dono e carica che si fa
ineguagliando il cielo, il colore scuro
del peso di questo scenario inconsueto
per te che raccogli e intravedi
sentieri, basta di troppo gli anni, ricordàti
col bizzarro mondo, non si presentano fantasmi
col loro nome e viso nero, nero, nero
il tempo perduto ma che ha definito
il corpo, così che in basso immediato
fai possedere il tuo entusiasmo.
59.
2 novembre 1998
Si diceva e lo si prospettava nel buio
della conoscenza. Collina indurita
e tanto sbaglio, l’errore di sempre:
la sciagura è all’inizio, ma sento l’estrema
direzione e la conferma di tanto soffrire.
Casuale, eppure non si trattava di cambiare:
è proprio così, già. Non voglio più parlarne.
Devo convincermi che è lacuna questo
terremoto di cieca fantasia, l’alimento
che si interrompe, l’analisi del caso e
inquietudine di inebriante ottusità…
Io coloro marci sentieri, mi avvalgo di
chissà quali codici, non vedo più funzioni
e situazioni che si potrebbero sovvertire.
Sette note, una struttura una volta accennata
del mio imbrunire travisato, non spiego
quanto il mio sentire si infastidisca
e prego coi quadri, l’immagine fissa la
spada e mantello sono i cavalieri:
io così mi riunisco col grano inverde e sfatto
così mi intenerisco le dita nervose, con scatto.
Ancora una speranza di dolore: la rinascita
e la decisione che non si prende incauta.
Perché non fallire e cambiarsi dentro
il corso delle cose e avvenimenti, le mura
che si scatenano e avvolgerti così di nascosto
quando facile soccorre un guizzo di tempo?
Ripescare, assorbire tanto materiale, la mia
lingua impazzisce sentendoti dentro la bugia.
Non voglio vedere e più prevedere: basta
con invettive e saltimbanchi di pensieri,
sono così straziato da dovermi continuamente
difendere e argomentare con sì tanta
logica e teoria, numeri, calcoli lontani e
buii che non si scorgono neppure se l’attenzione
offendesse il senso di tanto falso filosofare…
Intanto procedo a disegnare la fenomenologia
del silenzio, la mia opera che da pompe
funebri prende l’inizio e lo sviluppo dell’
Ascolto, l’utopia di musica e movimento,
la combinazione e l’integrazione di suono
e gesto che teoria e falsa cultura hanno per
troppo tempo mantenuto opposti e nemici…
La mia vita così sarà riflesso di codesto agire
di medesime azioni il cuore e il sesso dovranno
riflettere e menzionare allo stesso tempo
antichi ideogrammi, magiche parole che io
riconosco da anni, confermando così coscienze
e negligenze, idee e rappresentazioni che l’organismo
comanda, indirizza per il mio prossimo nulla.
60.
più lento
Non hai maniera di sorridere
e rifare il verso alla mia realtà
così pulita, rinfresca l’abitudine
sul resto e sul pretesto l’inglobo
a tanta angoscia, il mal di testa
in quest’ora di così preziosa parola.
Non mi desideri, questa è una realtà
che affiora, io così clemente
ma indietro con l’inseguimento aggiro
la parte più nascosta, volgo di pietra:
senza presentare dilemma il varco accoglie
un garofano, fiore del morto indeciso.
Io vado da me col grido tappato
ma non vuoi che sia io l’erotico
dolore; hai lasciato tutto sotto, come
quando ti è apparso il meccanismo truccato,
la sensibileria che offusca stordimento
e tanto grigiore già scorticato.
61.
Il miraggio certo è lontano, come
la primavera nelle ossa, il salto che
si compie barattando le sole certezze
che, sì poche, ma tanto sublimi!
Il sentimento è ciò che si dice in
alto, incontro a te, come una spugna
che cambia liquido, le infami boccacce
che si alternano a dolci, falsi bocconi!
Sono assiderato, assediato da tanta
ingenua umanità, ovvie moine da
ingressi e regressi, il senso di quello
si dovrebbe incatenare facendosi neutri…
Cosa saranno mai le mie quartine
manieriste, ripercorrendo il tempo
all’incarico di vicina poesia tanto
che il fraintendimento allietato rimanda…
Quando il gesto forte divenendo
sordo, rimandando in corso l’idea
del candido infantile scempio di me
la passione ha già risposto così?
Sarò stato eccessivo, avrò insieme
al tempo arrischiato le insidiose
trame, i pericolosi percorsi che certo
previsti si sarebbero denunciati così?
Adesso pretendo il silenzio più austero
fatto di riflessi, ricordi indagati che
trascorrendo in minuti, uno ad uno, debbano poter
dimenticare la vita e il suo terribile ascoltarsi.
62.
Non è rimasto indietro quel passato
in cui volgarità e facile entusiasmo
comandavano azioni e reazioni infìde
e dimensioni scelte come pilastri
che avrebbero aumentato bisogni e insoddisfazioni.
Perenni dubbi lucide analisi dell’occhio
inappagato al buio costante della solita
idea che si dava implicando variegate
conseguenze e ulteriori direzioni di un usuale cieco godere.
63.
un’insolita discesa
la solitaria dimensione
il laccio di questo diagramma
e la visuale alterata il tuo
manchevole gesto di vicinanza
l’odore che non si comprende
e il desiderio l’annullamento
in atto col rammarico di avvedersi
e confermare avvilita
la grande forma alterata
e la deformazione dell’amore:
non comprendo più il dispiegarsi
della realtà cieca crudele e indifferente.
64.
Mi chiedo l’origine del tuo silenzio
dalla disperazione del mio sentimento.
65.
Salta, adesso che si avvicina il sole!
A te con il giusto arnese
che
colorando il mondo
aggomitolando le gesta
di un faticoso pomeriggio
si avvicina e muore.
Non voglio solo amarti come
ogni stupidità ripensa e rimescola
tra cartacce e miseria…
Mi avvicino e muoio
proprio io che apparivo il tuo sole!
66.
uno come pochi, tanto che basta
appena per specchiarsi dentro e
poi arretrare: vi scorgo
l’oltremare, la simpatia dell’arioso
capo illuminato con sicure
azioni. L’amoroso vigore interno
al tuo cercarmi, la spinta per
entrarti dentro fino
al vago sentire. E vago, d’amore
vago, sospeso tra gli occhi pieni di
gioia e paura che non sia così con
il sinistro osservare, il cambio
di improvvisi e arcuati sensi: tu
indecifrabile forma. Intanto che
il tempo e il mare complici di questa
nostra avventura, come le altre o
come nessun’altra; e allora la fine
del canto considerato in mezzo al
fluire distratto che è il dolore, un
piatto restituito indietro al suo padrone
di sempre. Una conchiglia che rivela
assai più cose che nascondigli mal
combinati ; è la fretta che scompiglia,
è l’ardore che ci paralizza.
67.
Una impressione è come un segno tracciato
nel grande sentiero del nostro osservarci:
l’intero archiviare dolori ci ha sovrastato,
ed ormai anche il più piccolo ingombro
di umanità, riflette le nostre idee, i nostri
meccanismi, che non si accolgono più come
improvvisi, come metafore di discorsi
ampiamente trattati: dimentichiamoci del
chiaro e illusorio cammino, il percorso
dell’animare la via, la tetra immagine
di quanto sta per accadere. Un solo secondo
di vitalità per tutto il resto ci cambia
le ossa, ci diviene difficile pure la
malinconia, il trattare, il poetare stanco
e la solitudine ingrata che ci trattiene.
Non possiamo più obbligarci frescure
o ripari da voglie o istinti così veri;
ma sono meteore, sappiamo entrambi
di queste folli intelligenze che vanno
perdute senza rimpianti. Sappiamo
benissimo che forse ci siamo innamorati
e che tutto il resto si dovrà vivere, persi
in un mare di incertezze, o proprio di
nulla, nulla di fatti. Per oggi Buonanotte.
68.
Il perché lo dovrai ancora incontrare, da soli ci
si interrogherà su come questo tanto che ci sostiene
sembrerà disfatto e inappagato. Il motivo non lo
sappiamo, eppure quando così si corre, si rischia che
vortici e strappi annullino le intenzioni del nostro
cieco agire: zero tra gli zeri l’immaginare mete o
paradisi sempre più verdi, sempre più inutili mari
e oceani senza colore. Perché l’entusiasmo d’infante
non c’è più, non c’è quell’imbecille desiderio che
si chiamava vita o spinta verso quel nero, il grande neo
del non capire eterno, ma che ci appassionava tanto...!
Il vento lo accarezzavamo noi, solo in noi lo spavento
e l’ira per un imprevedibile acquazzone: eppure era
così facile cadere da quell’albero che proprio noi
avevamo fabbricato…! Avevamo fallito un intero inverno
giocando con liane e scatole di latta: avevamo fretta, ed
è così che abbiamo calpestato quel memorabile istinto
che ci faceva andare oltre l’immediato riflettere. Perché
un brivido di brezza non avrebbe provocato più sorrisi
e ilarità senza domani: non avrebbe più scaldato le
nostre notti, non avrebbe mai più solleticato l’alba che
ci univa, come le lenzuola attorcigliate tra noi nel letto
di speranze che accompagnavano la nostra ossessione:
“amiamoci, fino all’eterno…”, una bugia che l’illusione
non potrà disfare: “saremo sempre uniti, vero…?”,
ipocrisia senza fondo e senza fantasia, cieco e solo
cieco agire, falso eden di triste irresponsabilità.
69.
Come si potrebbe altrimenti resistere a
questo disastro inatteso e fragoroso ?
Rivoglio indietro i miei vent’anni
e il mio equilibrio!
Ma non è più possibile cantare questa
serenata senza che ci si possa
sentire miseria infinita e intraducibile
amore e poesia o quant’altro di meteora
irrazionale esista dentro questo
meccanismo intitolato al dolore.
Rivoglio le mie pene e le forze di una
volta così che mi ci possa fermare un
attimo ancora e strabiliarmi di tanta
musicale grafia che il tuo corpo incanta
come strage di segno e carni e sensuali
fantasmi che ti ruotano intorno.
Dovrei dimenticarmi eppure soffro
come un consapevole addolorato che
si vuole male e male si proietta ancora
a dimensioni protese come pure mani.
Mi dico tante cose inutili a questa
carcassa di sogni e adulazioni che
stanca mi guarda e mi sorride e dice:
“sei così preso dal mondo, tu…”
70.
Vorrei prendermi una rivincita sul
mondo, io. Vorrei sfidare le leggi dell
unità e dei falsi concetti che
girano attorno le idee di quell
altro comandante, una battuta d’arresto
per l’eterno inchiodarsi a terreni stanchi
e disadorni. Con una parola battermi ed
ultimarmi all’osso, infinitesimo se
mi affaccio e attendo la fine di
questo flusso irrazionale che mi
logora come miseria. Che partecipa
all’occorrenza subitaneamente infelice.
E gridare, gridare col cuore in gola ché
non si fa in tempo a capire e meravigliarsi
di tanta abbondanza. La forma illusoria
che crolla e si ricompone intatta e vera!
Ti prego: non chiamarmi più, non cercare
il pericolo che tenta inalterato e invincibile
di prenderti e possederti l’anima. Scompari
dal mondo del mio sguardo e dilegua
l’interesse al bisogno dell’istinto tuo
inarrestabile e scosceso: dimènticati
del rossore che mi hai dato quella notte
al mio toccarti sotto e baciarti. Solo
così puoi nasconderti tra le pieghe dei
tuoi problemi: in questa maniera solitaria
e triste io ti ricorderò. Ma non lo dirò mai.
Adesso è ipocrita distanza la differenza
che ci trattiene e che ci fa divampare il
senso di questa ingiusta carnalità che ci
accomuna: senza età né maturità mi
addosso questa sconfitta.
Non posso farci niente. Cambierò.
71.
filiale dedizione con annesso spavento
che si scoprano trame e indicibili
avventure: tu lo sai, ma il piacere
ti sovrasta, subisci le sue minacce
e i suoi ricatti. E pure i miei calci
li prendi come dose giornaliera di
crescita forzata. Ti obbligo a pensare
quello che tutti dissimulano
semplicemente scostandosi
tra loro eppur desiderandosi
come l’avidità - di false dive
da colori variopinti e scadenti
uomini dai contorni crollati
e senza più…- ringoia chi la
cerca e assorbe come latte di
fortunata miscela, di inconsistente
sintonia, becera moralità, sintomatico
verdetto di lotta.
Esci! Guardali tutti
e spogliali con la tua coscienza!
Ti divertirai e sarai la libertà senza
colpe e inutili paure. Senza più
collare la tua naturale incoscienza:
almeno nell’istinto vorrai appropriarti
della tua bestialità?!
72.
Sei per me il gradino più alto, il
segnale deciso del cielo sincero.
Mi sbagliavo quando ti dicevo
distante e indifferente alle
crisi e preoccupate forme di mie
identità e figure. Io sono come
un vecchio marinaio invece,
un nostromo che non ha
dubbi sulla direzione e sulla forza:
che si percuote l’animo e l’idea
tra tante instabili curve e grafemi.
(Che scompaia il suo dominio e
la sua lotta cruenta, tra cocci di
un immenso contenitore ingiallito
da tempi).