Angelo Sturiale

SOSPETTI DI SUONO di Emanuela Ersilia Abbadessa

Ricordi i suoi “sospetti di suono”. Lo ricordo piegato su una tastiera ricoperta di fiori a far impalpabilmente entrare dentro i pentagrammi d’una Novelletta bussottiana, un casuale scrosciare di acqua.

“A incuriosire – acuire – lo sguardo di chi esegue”.

Non bastava averlo letto sui libri che, pure, certi prodigi non hanno età. Non bastavano le pagine che, timido, Angelo giovanissimo, mi sciorinava davanti con un pudore allegro ma nello stesso tempo con quella forza che gli veniva da una già matura capacità di tradurre in segni un percorso artistico. E quel percorso artistico, era evidente, rivelava di lui più dei suoi rossori e, in barba alla giovane età, lo poneva direttamente nel novero dei grandi nomi del suo tempo. Non bastava tutto questo a limitare il mio stupore e, a tratti, la commozione.

Era difficile cercare di catalogare quel geniale artigianato che, senza compiacersene, si alimentava di una rigida pratica “nota contro nota” ma si profondeva al contempo nelle argute volute di tratti di china che, filiformi, dispiegavano suoni silenziosi sui pentagrammi.

Ché prima fu il tratto probabilmente. Bussottianamente forse. Personalissimo quel tratto disegnava impalcature di alberi dalle radici di un rigoroso crescere della verticalità. E l’esigenza stessa del tratto (tratto che codifica) ha portato nel tempo Sturiale a studiare modi per interpretare e trascrivere gesti. E il gesto, sia esso musicale o corporeo, per Sturiale resta un’immanenza da provare a rapire e fermare su carta. Mai istantanea codificazione di gestualità altrimenti sfuggenti quel tratto nasce piuttosto dalla capacità di Sturiale di assorbire il suono e la sua immanenza ambientale per assorbirlo e rimetterlo al pubblico decontestualizzato e ricontestualizzato come suono specifico della partitura offerta all’ascolto; e l’imponderabilità di suoni esterni casuali diventa in questo modo ulteriore stimolo a ricreare materiale sonoro quasi fosse un artigiano “costretto” a creare con ciò che si trova davanti.

Dal profondo rispetto per il suono e per il gesto sonoro nascono anche le grandi partiture orchestrali, affreschi di un’epoca interiore e personalissima dove l’emozione si frammenta, disegna ghirigori, si espande cinematografica nel “canto” dell’invisibile.

ETNA di Sylvano Bussotti

Vedo le tue opere spuntare proprio come torri di S. Gimignano, caro Angelo. E penso che
se tace l'Etna, tu in compenso sei un'eruzione di musica vivente. E di poemi.
Spero un bel giorno di potere ascoltare, anche.

Affettuosamente, Sylvano Bussotti
Genazzano, marzo '94

QUOTE from Byron Au Yong

...I met Angelo Sturiale at Darmstadt in 1994. Even then, I could hear in his music an adventurous voice that questioned the conventional role of silence...

About MUMONKAN by Christopher Yohmei Blasdel

I met Angelo in Tokyo a few years ago when he was participating on a composers' residency program in Japan. I assisted him in making contacts and answering his questions about Japanese music, which is my specialty.

In the course of his time in Japan, I was able to listen to his music and share ideas, dreams and realities about composing in a cross cultural setting. Many musicians and composers are enamored by non-Western music and endeavor to incorporate its elements into their own works, but few are actually successfully able to do so. True cross-cultural understanding of non-western music, I find, involves a certain kind of personality that is able to quietly observe and absorb the essentials of a culture both subjectively and objectively. It also requires a discipline and master of the particular metier.

Angelo, I believe, has both. Near the end of his residency in Japan, he composed a solo shakuhachi piece for me, entitled "Mumonkan, the Gateless Barrier."  This piece consists of red and black symbols meticulously drawn on 48 fragments of paper. Each symbol indicates a pitch direction and length, but it is up to the performer to decide which pitch and exactly how to execute the timing.

The individual cards are shuffled and laid out in front of the performer; each performance is different, according to how the cards fall.

This piece fascinated me, since it allowed the performer much leeway in creating the piece while providing structure and guidance.  It also impressed me in how he was able to take a very Japanese concept, like the Zen "mumonkan" concept (one interpretation of the gateless barrier is the quotidian workings of the rational mind which prevents us from seeing the larger, more spiritual picture) and successfully incorporate it into a piece for the shakuhachi, which also has much connection with the Zen tradition (another interpretation of a gateless barrier is the breath).

Una citazione per Angelo (dal "Mahler" di Theodor Adorno) di Federico Incardona

Ad Angelo, nell'ombra del suono, nel gesto che lo evoca: "Egli nobilita quell'energia, libero come può essere solo chi non è eccessivamente intriso di cultura durante l'errabonda marcia musicale, afferra il vetro rotto che trova sulla strada maestra e lo rivolge verso il sole, in modo che tutti i colori dell'arcobaleno ne sprigionino".

Biglietto per Angelo di Riccardo Insolia

 

Caro Angelo, quando ripenso alle prime occasione di incontro con te e con la tua ricerca estetica sono sempre pervaso da una sorta di sbigottimento e mi chiedo da dove abbiano avuto origine alcuni elementi distintivi che nel tuo modo di fare arte erano immediatamente leggibili: una così grande libertà, una così forte autonomia, una così ostinata e semplice fiducia di poter operare con il suono, con il corpo, con il segno...

In un ambiente che preferiva ignorarti continuavi a proporre, a cercare, a produrre, trovando altrove riferimenti e apprezzamenti. Coraggio e semplicità umana, fantasia e piacere del suono senza etichette, senza diplomazie, senza frustrazioni. C’era quasi invidia (ma più giusto sarebbe parlare di ammirazione) in me per quello che uno tanto più giovane riusciva a realizzare, mentre io ancora, quasi da solo o con pochissimi altri, mi affannavo a mettere insieme a Catania un ensemble in grado di lavorare sul Novecento storico e sulla musica nuova. Intanto grazie a te e a Emanuele Casale e a Federico Incardona altri varchi si aprivano per me, nuove riflessioni e nuove dimensioni.

Dalla tua ricerca è venuta una lezione di coraggio e di libertà personale e artistica e di questo, visto che non l’ho mai fatto prima, ti devo ringraziare.

 

Un abbraccio

Riccardo

έλαβε έλαβα by Krassimir Sterev

Eternal
Profound
Expressive in all its facets
Extraordinary aesthetical sense
So beautiful
So eine Kraft
Я помню чудное мгновение
και ποσες φουρτουνες περασες
Und Danke
Für SO WAHR, SO SEIEND

Poesia in prosa spontanea di Giovanni Damiani

...Dietro le quinte ed al vertice del triangolo, con uno sguardo finalmente fiero, di una conquista... al comando dell'armata del suono, che punzecchia e seduce la musica sorda per farle urlare il sentimento di chi ama: Angelo.

DiSegni di Damiano Meo


Due toni essenziali: un colore sottointeso. E scompigliante bisogno primordiale di rappresentare, percezioni. Che si accendono attraverso segni rapidi e rapiti, al giorno e alla notte, e lasciati bruciare - nell'instabilità potentemente armonica di una fiamma. Fino all'incenerimento, che diventa inchiostro. Su candida carta che viene sporcata, di esperienza, di fenomeno.

DiSegni, che infrangendosi teneramente con il mondo degli scarabocchi, sorvolano i labirinti di un ghirigoro psicologico, attraversando acrobaticamente la circonferenza tao, annusando la geometria della foto, sbullonando il videogame che vorrebbe prendersi gioco del giocatore. Si potrebbe semplicemente definirli paesaggi interiori ed ulteriori, trasvolandoli. Ma è l'esteriore invece che - dal Giappone al Mexico, dal microchip alla scultura Azteca - s'inalvea nell'individuo, per divenire vissuto e per trasmutarsi in vivente.

L'uomo non può prescindere dall'uomo, nell'ormeggiare e nello svanire delle orme. Con onestà, per presentarsi nella nudità di un velo. E con coraggio, per decorarsi e decodificarsi nel silenzio di una meditazione, esponendosi. E riflettendosi in forme ampie e dinamiche, immergendosi in un contenitore dal contenuto incontenibile: seibutsu - dal giapponese - ingloba il significato di qualsiasi forma di essere vivente. Ogni organismo è un paesaggio ed ogni paesaggio è un organismo, mutevole, ad un tratto. Che si lascia contenere dallo sguardo che lo adotta, acclimatandosi come se fosse a casa.

Esorbitando stili e transcodificando linguaggi, i DiSegni non dimostrano imponente aggressività: non è quello il loro scopo. E quest'ultimo non lo gridano, perché non reputano opportuno farlo. Traspaiono, con la pressione di un sottile ed intenso tratto, sul vuoto, in un riempimento, sussurrato. Quando in un frullatore di tinte schiumanti ci si è dimenticati -forse- di pesare l'essenza.

 

Nel quando troverò il quando

lo bloccherò per te, senza se-

 

per dirti che sei quel silenzio

loquace, visto al microscopio.

 

E sei la fame d’ideale gravido

che gravita attorno armonie di

 

ipotesi che osano lo schianto,

terragno, per fisica gravità.

 

Sei lo sperone di bambagia

che stimola senza ferire.

 

Sei la lingua ed il dialetto e

sei l’isola ed il suo oltre. 

 

Sei punto e pausa, ma anche

linea e curva d’intonazione.

 

Sei la parolaccia che riflette

sul malore che può causare e

 

si censura e si transcodifica

per esprimere il meglio di sé.

 

Sei l’interiorità che si plasma

in esteriore con intimo pudore.

 

E tutto questo quando, Angelo,

per me, adesso

RITRATTO di Lelio Giannetto

 

 

Ho conosciuto Angelo Sturiale qualche anno addietro durante una serie di seminari realizzati presso l’allora Istituto di Storia della Musica della Facoltà di Lettere e Filosofia di Palermo. Durante questo primo incontro il compositore ci presentò una sua partitura per gesti che in quella circostanza fu rappresentata dalla danzatrice e coreografa Daniela Orlando.

La cosa mi colpì particolarmente poiché oltre al lato concettuale-teorico, Angelo ci mise di fronte al senso delle sue parole, direttamente. La percezione di qualcosa di diverso era fortemente penetrata nella mia anima: diverso, più che nuovo, dove nuovo significa assolutezza dentro i quadri di linee già tracciate.

Questo senso del possibile nella sua ordinaria diversa genialità mi restò talmente impresso che dopo qualche anno, iniziato la gravosa ‘carriera’ di musicista organizzatore di programmi divulgativi sui percorsi delle musiche contemporanee, chiesi più volte ad Angelo di sviluppare un progetto per l’esecuzione di alcune sue opere, in modo da coinvolgere, come esecutori, giovani ragazzi dei licei della mia città, una Palermo molto borghese (o piccolo borghese) e molto poco a contatto con i percorsi profondi delle esperienze musicali attuali e come tutte inflazionata da vicende più mediatiche che realmente elevate e distinte dalla pratica del commercio.

Certo, sono sicuro che anche Angelo, come chi scrive, ha la chiara consapevolezza di non poter cambiare le sorti di un percorso ormai segnato da questo turpe destino del commercio mediatico e mediaticizzato all’ennesima potenza (il potere del potere), ma, nonostante ciò, il riuscire a concepire e mettere in pratica esperienze dissimili da una omologazione globalizzata e globalizzante, sicuramente ci permette un’aura di sopravvivenza, individuale o micro-collettiva, all’interno di una sorta di ‘riserva naturale dello spirito dell’uomo’ legato a forme di antropologia ancora umana, voglio dire: a contatto con la reale realtà della carne come dello spirito, ma lontana, o, appunto, diversa dall’immagine televisiva o virtuale.

Dopo un laboratorio di una settimana così Angelo, riuscendo a sfuggire solo in parte alle mie pesanti ingerenze, realizzò “Germogli” una composizione performativa che, inserita nella quinta edizione della Rassegna Internazionale di Musica Contemporanea IL SUONO DEI SOLI - oggi miracolosamente giunta alla sua decima edizione – coinvolse numerosi studenti che rimasero affascinati dalla capacità di Angelo Sturiale di evidenziare per ognuno di essi le rispettive capacità o propensioni ad esprimere senso attraverso gesti sonori o di vibrazione energetica di chiaro segno sonoro.

La performance si svolse presso una struttura che concettualmente e praticamente rientra in quei percorsi urbani di assoluta normalità, come può essere considerato un locale d’intrattenimento o d’incontro - ciò che comunemente viene inteso some pub o qualcosa del genere – dove spesso l’attività delll’Associazione Curva Minore ha trovato conforto e accoglienza dai gestori  - semplici ragazzi aperti a qualsiasi manifestazione non soltanto d’intrattenimento, ma anche consapevoli della necessità di rappresentare forme più profonde d’arte.

Il coinvolgimento attivo degli studenti, molti dei quali danzatori, musicisti o artisti, il notevole pubblico presente - giovane, ma non solo – e la genialità di Angelo Sturiale che introdusse con una solo-performance per movimenti e strumenti a percussione, decretarono il grande successo di una serata memorabile che ancora oggi a distanza di 5 anni resta indelebile nella memoria di chi quella sera l’aveva pienamente vissuta.

Ma oltre il dato artistico di Angelo, mi ‘spaventa’ la sua grande capacità umana di saper essere sempre e comunque se stesso, non cambiando atteggiamento o densità umorale durante le diverse funzioni che nel quotidiano esso svolge: la sua integrità, la sua delicata e fortissima essenza gli consentono di poterlo incontrare una sera durante la stagione sinfonica dell’allora EAOSS (Ente Atonomo Orchestra Sinfonica Siciliana) che ascolta la sua trascrizione per orchestra d’archi della Sonata op.1 di Alban Berg come se nulla fosse, e qualche giorno dopo sentirlo (e soprattutto vederlo) nell’esecuzione di “Conferenza sul Niente” del grande John Cage.

Insomma una personalità di un’autorevolezza e al contempo, di una ‘leggerezza’ che costituisce il fulcro della sua potente forza creativa ed esistenziale: in lui suono, gesto, parola, alito si ricongiungono nella stessa unità. Uno nessuno  centomila (giusto per restare in territorio siculo). Ma di sicuro unico ed indispensabile Angelo, sicuramente custode di molte più verità di quelle che ci ha reso note fin’ora.

DANZA-MUSICA di Maddalena Gariboldi

 

[...] di Angelo Sturiale ho visto un solo lavoro, ma a proposito del quale voglio fare un accenno per la grande forza espressiva e l’intensa presenza corporea del suo brano musicale. Le sue partiture prescrivono azioni destinate anche ad essere guardate e non solo funzionali alla produzione di suoni; si potrebbe allora pensare si tratti di vere e proprie coreografie, ma non è del tutto così, in quanto l’insieme delle azioni ruota intorno ai suoni che all’esecutore sono comunque richiesti. Alla fine il risultato è difficilmente inquadrabile: ci si trova di fronte a un interprete la cui danza produce musica. La particolare natura di questo lavoro potrebbe suggerire interessanti rapporti tra la musica e la danza, sia dal punto di vista espressivo (ogni suono emergeva effettivamente come una naturale espressione emotiva dei movimenti, e viceversa), sia dal punto di vista di una più sistematica utilizzazione dell’interprete come “strumento” musicale [...].

"FARE, SOLO FARE..." di Emanuele Casale

Caro Angelo,

alcuni anni fa, durante uno dei tanti nostri pomeriggi di studi, ascolti e dibattiti ci chiedevamo ironicamente se Bach avesse mai scritto musica! Nel mio caso era una domanda volutamente provocatoria - poi utilizzata anche nel corso di qualche dibattito pubblico - che probabilmente serviva per compiere delle operazioni di 'azzeramento semantico', per perseguire il nichilismo musicale e provare poi a ridisegnare delle personali tappe sonore.

Nel tuo caso, invece, credo che quella domanda avesse un significato leggermente differente: è davvero necessario etichettare i linguaggi? E' realmente importante definire i percorsi creativi? Abbiamo realmente bisogno di dire COSA facciamo? Non sarebbe forse sufficiente soffermarci sul COME facciamo?  Tu lasci semplicemente che le onde creative ti trasportino, si prendano gioco di te e tu di loro. Su COSA avvenga tutto ciò poco importa: qualche volta si guarda, qualche altra volta si sente o si percepisce... Ritorna ancora il ricordo dei nostri lunghi pomeriggi a dibattere su possibili forme d'arte ideale, quella che non chiede nulla e non vuole nulla... arte come essenza della curiosità... ma che persegue sempre il COME o, più specificamente, la pura "scienza del giusto movimento" (Agostino). Liberare l'arte dai suoi oggetti e lasciare che essa divenga pura esistenza, nudo gesto senza etichetta... forse è questo il tuo (in)consapevole desiderio.

Una volta a Palermo, durante un concerto pubblico, manifestasti puro dolore, non ti importava che vi fosse un riferimento sonoro, teatrale o coreografico, quello era solo 'il dolore' privato delle sue applicazioni o classificazioni specifiche... C'era tuttavia sempre la ricerca del COME... Pensa che meraviglia: dedicare tutta la propria vita solo al COME puro, astratto. Fare, solo fare, decostruire, farsi decostruire, non-avere-etichette, desiderare, solo desiderare, essere un continuo desiderare senza il COSA desiderare, essere 'abbandono', crescere con l'abbandono, rimanere in uno stabile, sensuale e produttivo limbo... fuggendo, giorno dopo giorno, dall'oggetto.

Un abbraccio
Tuo
Emanuele Casale

"L'UOMO DAI SEGNI" di Angelo Buscema

Il lavoro pittorico degli anni 70 mi ha portato a rivedere i segni di un tempo e ricalcolarli, sottoforma di chiave artimetica, su fogli ingialliti dalla storia. Il formato del foglio, che adoperavo per il mio lavoro (per la maggior parte grande), accoglieva pezzettini di carta che sottraevo alla storia e li sigillavo ritmicamente per sequenza musicale. Da un'altra parte del paese, nasceva un signore che era predestinato a studiare dei segni (potevano essere anche quei segni che io cervavo di mettere in sequenza ritmica per scopi di armonia e di equilibro), per poi metterli in musica, in un spartito che producesse ritmo e armonia.

Un pomeriggio dell'estate 2007 incontro Angelo Sturiale nel mio studio,"l'uomo dai segni", e scopriamo che abbiamo fatto dei percorsi analoghi. Vedo nei suoi segni, un tratto deciso e chiaro ma principalmente vedo armonia e ritmo, quel ritmo capace di diventare anche spartito musicale. I segni di Sturiale, rigorosamente sottili e neri, "narrano" oltre che armonizzare: è il rigore di uno che sa, di uno che vuole arrivare ad una armonia globale e personale, interna ed esterna, capace di colpire nel segno e nel cuore.

Ciao, caro Angelodaisegnisparsi, un caro e affettuoso abbraccio da Angelodaifoglidispersi!

X SEIBUTSU di Cinzia Scordia

Quell'aAngelo,
di lui ho un'immagine chiara dentro il buio:
2 mani
che accarezzano il silenzio
che si fa corpo nel divenire suono, presenza!

Del suo suono criticherei che
se nella propria presenza di suono fosse ancora più spreoccupato per
la contemporaneità che lo investe
sarebbe come una cascata
che contempla guizzi e potenti fragori
senza avere tempo di vedersi scorrere..

Della sua presenza commento:
la sua sensibilità è tale che
puoi vederlo o no
...eppure lo senti!

La piacevolezza di sedergli accanto di Tiberio Snaidero

seduto su un muricciolo del cortile di ca’ foscari, a venezia. ecco il primo ricordo che mi sovviene di angelo. e il desiderio di sedergli accanto, la piacevolezza di tacere insieme.

e poi la manifestazione del suo sdegno all’intervento di un docente tutto “chiacchiere e distintivo”…

e il fascino che seppe trasmettere alla presentazione del suo straordinario metodo per insegnare la pronuncia italiana ai cantanti d’opera stranieri. la disponibilità ad assecondarmi in un progetto, o forse un sogno, in irlanda. la consapevolezza di essere un artista. la tenacia di un’amicizia sostanziale che si nutre di virtualità.

è infine la tua purezza, che in modo così inusuale accompagna il tuo talento, che ti fa ascrivere tra le persone a cui senza esitazioni io posso dire: “ti voglio bene”.